In breve
- L’incertezza pesa più del rischio: la risposta da stress raggiunge il picco quando non sappiamo come andrà, non quando sappiamo che andrà male.
- La reazione spontanea è cercare controllo: piani dettagliati, obiettivi lineari, ricette già testate da altri. Funziona finché il contesto resta prevedibile.
- Due leve la cambiano: dare un nome a quello che si prova, e sostituire le domande di giudizio con domande di esplorazione.
- Il formato che tiene insieme le due leve è l’esperimento minuscolo: un’azione precisa, una durata definita, due tipi di segnali da leggere alla fine.
Che cosa fa l’incertezza al cervello
Uno studio pubblicato su Nature Communications ha misurato la risposta fisiologica di persone impegnate in un compito con esiti variabili. Il dato interessante riguarda il punto in cui stress, dilatazione pupillare e sudorazione raggiungono il massimo: non quando la probabilità di un esito negativo è più alta, ma quando è più incerta, cioè intorno al cinquanta per cento (de Berker et al., 2016).
Non è la cattiva notizia a costare di più, è il non sapere quale notizia arriverà.
La ricerca clinica arriva dallo stesso lato. L’intolleranza all’incertezza è oggi considerata un fattore che attraversa disturbi d’ansia diversi, al punto che è stata proposta come “la paura che le governa tutte” (Carleton, 2016).
C’è una ragione strutturale. Il cervello lavora per previsioni: costruisce continuamente ipotesi su quello che sta per accadere e prepara il corpo di conseguenza, prima ancora di ricevere i dati sensoriali che le confermeranno o smentiranno (Barrett, 2017). Quando i dati mancano, la previsione resta aperta e il corpo si prepara comunque. L’attivazione c’è, l’oggetto no.
Perché il controllo sembra la risposta giusta
Davanti a uno scenario che si muove, la reazione naturale è restringere lo spazio del possibile. Cerchiamo il piano completo, l’obiettivo lineare che porta da A a B a C, la ricetta di qualcuno che ce l’ha già fatta.
La neuroscienziata Anne-Laure Le Cunff, del King’s College London, che ha portato questo tema sul palco del Global Forum Südtirol 2026 — l’edizione dedicata proprio alla curiosità — descrive tre copioni ricorrenti che usiamo per questo: decidere oggi sulla base di quello che abbiamo già fatto ieri, decidere in funzione di quello che immaginiamo piacerà agli altri, decidere solo ciò che promette un impatto abbastanza grande da giustificare lo sforzo (Le Cunff, 2025).
Tutti e tre riducono l’ansia nell’immediato e restringono l’esplorazione nel medio periodo.
A questo si aggiunge un meccanismo descritto dalle scienze comportamentali: la mente costruisce una storia coerente con le informazioni che ha già a disposizione e la tratta come sufficienti, senza chiedersi che cosa manchi. Kahneman lo ha sintetizzato nella formula what you see is all there is (Kahneman, 2011).
Nelle riunioni si vede bene: si valuta un’idea molto prima di aver capito di che cosa si tratta.
Prima leva: dare un nome a quello che si prova
La ricerca sulla regolazione emotiva offre un intervento poco costoso e ben documentato. Quando le persone mettono in parole ciò che sentono, l’attivazione dell’amigdala (il “sistema d’allarme” del nostro cervello) si riduce e aumenta il coinvolgimento delle aree prefrontali associate al controllo cognitivo: è l’affect labeling descritto da Lieberman e colleghi (2007). Nominare abbassa il volume.
Conta anche il modo. Rivalutare una situazione, cioè cambiare il significato che le si attribuisce, funziona meglio del sopprimere l’emozione, che riduce l’espressione esterna lasciando intatta l’attivazione interna e consumando risorse cognitive (Gross, 2002).
E prendere una minima distanza linguistica, parlando di sé in seconda o terza persona invece che in prima, rende il ragionamento più lucido nelle situazioni cariche (Kross et al., 2014).
Tradotto in un colloquio individuale, sono tre domande:
- Che cosa ti preoccupa, esattamente, di questa situazione?
- Se la stessa cosa capitasse a un collega che stimi, come gliela racconteresti?
- Che cosa sarebbe diverso, tra un mese, se andasse come temi?
Seconda leva: domande che esplorano invece di giudicare
La curiosità non è un tratto caratteriale che si ha o non si ha: è uno stato che si accende in condizioni precise. Si attiva quando percepiamo una distanza tra quello che sappiamo e quello che vorremmo sapere — la teoria dell’information gap formulata da George Loewenstein (1994). Le domande servono proprio a creare quella distanza.
Quando lo stato si accende, il beneficio è doppio. La curiosità attiva i circuiti dopaminergici — la rete che segnala al cervello che qualcosa vale la pena di essere cercato — e l’ippocampo, la struttura che trasforma l’esperienza in ricordo. Quando i due dialogano, si ricorda meglio anche ciò che non si stava cercando, imparato per caso mentre si cercava altro (Gruber, Gelman e Ranganath, 2014).
Carl Naughton, psicologo e ricercatore della curiosità, intervenuto allo stesso forum, propone un esercizio applicabile in qualsiasi riunione: davanti a una proposta nuova, trenta domande prima di qualunque valutazione. Racconta che con un gruppo di ingegneri, dalla ventesima domanda in poi, il tema è diventato l’origine del problema — che era poi il punto dove stava la soluzione.
Due accorgimenti aiutano a far funzionare l’esercizio. Il primo: preferire “che cosa” e “come” a “perché”, che in italiano spinge chi ascolta a giustificarsi invece che a descrivere. Il secondo: aprire l’ipotesi con un “forse”, che tiene la conversazione nello spazio dell’esplorazione.
Il formato che tiene insieme le due leve: l’esperimento minuscolo
Le Cunff propone di sostituire l’obiettivo lineare con un ciclo sperimentale in cinque passi.
- Osservare senza giudicare, come farebbe un antropologo: che cosa succede davvero, qui, adesso.
- Formulare un’ipotesi che comincia con “forse”, e il cui esito non sia già noto.
- Progettare un esperimento minuscolo: faccio X per un tempo definito. Non è un obiettivo, perché non ha un risultato da raggiungere, e non è un’abitudine, perché ha una scadenza.
- Leggere i dati su due piani: i segnali esterni, quelli che finiscono in dashboard, e i segnali interni, cioè come ci si è sentiti a farlo.
- Decidere: continuo con questa azione, la modifico, oppure chiudo qui.
La struttura non è nuova: è il ciclo di Shewhart e Deming, quello del miglioramento continuo, dove si pianifica, si prova, si studia il risultato e si interviene di conseguenza e poi si ricomincia, perché è il giro ripetuto a produrre conoscenza, non il singolo passaggio.
Deming ci teneva a quel verbo, studiare, invece che controllare: la differenza fra chiedersi se il risultato rispetta lo standard e chiedersi che cosa ha da insegnare.
Cambia però l’oggetto. Nel controllo di qualità si migliora un processo rispetto a uno standard noto; qui si esplora un modo di lavorare per cui lo standard va ancora costruito. Da qui la differenza sostanziale: il criterio di successo diventa l’aver imparato qualcosa, e un esito negativo smette di essere una colpa da attribuire per diventare un dato che orienta il giro successivo.
Un esempio dalla stessa Le Cunff: un video a settimana per quattro settimane. Segnali esterni buoni (metriche social), segnali interni pessimi, esperimento chiuso. Nessun nuovo video, e una decisione presa sui propri dati invece che sui consigli altrui.
Come portarlo in azienda senza riorganizzare niente
Tre mosse, nessuna delle quali richiede un progetto.
- Un rituale settimanale nei team. Tre domande a rotazione: su che cosa stai sperimentando, che cosa non ha funzionato, che cosa hai imparato. Serve che chi guida risponda per primo.
- Una domanda in più nel colloquio individuale. I KPI raccontano una parte della storia — turnover, assenteismo, giorni di assenza. L’altra parte si raccoglie chiedendo come le persone stanno vivendo quello che fanno, prima che la risposta arrivi in forma di lettera di dimissioni.
- Una regola nelle riunioni decisionali. Prima della valutazione, un giro di sole domande di comprensione. Anche dieci, se trenta sembrano troppe.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra incertezza e rischio?
Il rischio è una probabilità nota: so che può andare male e so quanto spesso accade. L’incertezza è l’assenza di quella probabilità. La ricerca mostra che è la seconda a far salire di più la risposta da stress (de Berker et al., 2016).
La curiosità si può allenare?
Sì, perché è uno stato più che un tratto. Si attiva quando percepiamo una lacuna nelle nostre conoscenze (Loewenstein, 1994), e le domande sono lo strumento più semplice per crearla deliberatamente.
Quante domande servono prima di decidere?
Il numero conta meno della posizione: le domande vanno prima della valutazione, non dopo. L’esercizio delle trenta domande serve a superare il punto in cui le domande ovvie sono finite e cominciano quelle utili.
Qual è la differenza tra un esperimento e un obiettivo?
L’obiettivo definisce un risultato da raggiungere; l’esperimento definisce un’azione e una durata. Nel primo caso il successo è arrivare, nel secondo è capire.
Funziona anche con chi è scettico verso questo tipo di approcci?
Spesso funziona meglio, perché un esperimento minuscolo chiede un impegno limitato e verificabile invece di un’adesione di principio. Alla fine ci sono dei dati, e si decide su quelli.
Le riflessioni di Anne-Laure Le Cunff e Carl Naughton raccolte in questo articolo vengono dai loro interventi al Global Forum Südtirol 2026, l’edizione dedicata alla curiosità, che si è tenuta a Bolzano l’11 settembre.
Per approfondire
Le domande sono la parte più allenabile di tutto questo, ed è anche quella che dà risultati più rapidi in un colloquio individuale. Abbiamo raccolto le più utili nella guida Le domande che ti salvano la giornata: domande maieutiche da usare quando la conversazione si blocca, si irrigidisce o gira a vuoto.
Nota di trasparenza
Questo contenuto è stato prodotto con il supporto dell’intelligenza artificiale nelle fasi di ricerca, organizzazione e revisione del testo. L’impostazione, le scelte di contenuto e il controllo finale sono di Links4Talent.
Riferimenti
- Barrett, L. F. (2017). How Emotions Are Made: The Secret Life of the Brain. Houghton Mifflin Harcourt.
- Carleton, R. N. (2016). Fear of the unknown: One fear to rule them all? Journal of Anxiety Disorders, 41, 5-21.
- de Berker, A. O., Rutledge, R. B., Mathys, C., Marshall, L., Cross, G. F., Dolan, R. J., & Bestmann, S. (2016). Computations of uncertainty mediate acute stress responses in humans. Nature Communications, 7, 10996. https://doi.org/10.1038/ncomms10996
- Deming, W. E. (1986). Out of the Crisis. MIT Center for Advanced Engineering Study (ristampa MIT Press, 2000).
- Gross, J. J. (2002). Emotion regulation: Affective, cognitive, and social consequences. Psychophysiology, 39(3), 281-291.
- Gruber, M. J., Gelman, B. D., & Ranganath, C. (2014). States of curiosity modulate hippocampus-dependent learning via the dopaminergic circuit. Neuron, 84(2), 486-496. https://doi.org/10.1016/j.neuron.2014.08.060
- Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux.
- Kross, E., Bruehlman-Senecal, E., Park, J., Burson, A., Dougherty, A., Shablack, H., Bremner, R., Moser, J., & Ayduk, O. (2014). Self-talk as a regulatory mechanism: How you do it matters. Journal of Personality and Social Psychology, 106(2), 304-324.
- Le Cunff, A.-L. (2025). Tiny Experiments: How to Live Freely in a Goal-Obsessed World. Penguin.
- Le Cunff, A.-L. (2026). The Experimental Mindset: How Curiosity Can Set You Free [keynote]. 18° Global Forum Südtirol, Eurac Research, Bolzano, 11 settembre 2026.
- Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., & Way, B. M. (2007). Putting feelings into words: Affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological Science, 18(5), 421-428.
- Loewenstein, G. (1994). The psychology of curiosity: A review and reinterpretation. Psychological Bulletin, 116(1), 75-98.
- Naughton, C. (2016). Neugier. So schaffen Sie Lust auf Neues und Veränderung. Econ.
- Naughton, C. (2026). Intervento al 18° Global Forum Südtirol [conferenza]. Eurac Research, Bolzano, 11 settembre 2026.